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Quando siamo noi a spiare noi stessi

Quando siamo noi a spiare noi stessi

Oggi mettiamo da parte le e-mail fasulle con gli allegati virali e ragioniamo su quanto spesso accade navigando nei social rilassandosi e magari facendo due o quattro risate.

Credo sia capitato a tutti di incappare nei numerosi quiz a questionario, ai quali si sono aggiunti i quiz che chiedono di digitare qualcosa nel commento del post per determinare come si è, a che animale si corrisponde, i pregi del segno zodiacale e via dicendo.

Si tratta di una cosa simpatica e molto rapida, che non richiede una perdita di tempo per avere un qualche tipo di feedback giocoso, tuttavia recentemente mi sono trovato a riflettere su un fattore interessante, ovvero la tutela della mia esistenza.

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Autenticazione biometrica 3D

Autenticazione biometrica 3D

La scansione 3D si sta sempre più diffondendo in diversi rami di produzione e anche nel quotidiano, sono almeno due anni che si stanno profilano delle app specifiche per sistemi operativi iOS in grado di trasformare lo smartphone in uno scanner a tre dimensioni.

Il passaggio successivo non poteva che essere l’uso dell’analisi degli oggetti di fronte allo schermo per determinare se il volto presente è quello del proprietario del dispositivo, come per la scansione della retina o per le impronte digitali, si aprono dei filoni di pensiero su quale sia la reale sicurezza di questo meccanismo.

Personalmente adotto l’impronta digitale su alcuni dispositivi, poco critici, lo faccio per la rapidità di accesso ai contenuti, non tanto perché mi fidi in modo assoluto della soluzione, ma la soluzione alternativa sarebbe non avere nessuna protezione, quindi meglio l’impronta che un pugno in un occhio.

La password di backup in caso di fallimento dell’impronta è qualcosa di 20 caratteri e con struttura a caratteri misti, per digitarla tutta sulla tastiera di uno smartphone ci vuole molta pazienza.

Comunque, tornando al tridimensionale, ho una mia personale perplessità, in realtà non tanto personale, visto che il discorso si è sviluppato nel corso di una sessione serale di passeggiata con il cane, parlando con un altro conduttore che opera in un settore parallelo al mio e con sovrapposizioni in ambito di sicurezza.

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Ma ne sei sicuro sicuro?

Protezioni non protezioni

Protezioni non protezioni

Oggi è venuta da me una persona con un file PDF contenente dei dati, il problema era che chi ha generato il report non ha pensato che forse i dati estrapolati erano da sistemare in ordine decrescente.

Certo che per chi svolge lavori di tipo statistico non è molto professionale, e serio, fornire il materiale ottenuto senza applicare un minimo di ordinamento.

La persona ha pensato di esportare il tutto in un file di excel e quindi su quello farci le elaborazioni del caso, operazione comunque semplice usando il programma Adobe Export PDF.

Qui la scoperta che il file è protetto da una owner password, ovvero quella password che impedisce la stampa e/o il copia e incolla, oltre alla modifica.

Ecco arrivare la disperazione, decine di pagine di dati da copiare a mano.

Ma tu che usi la owner password sei sicuro di essere al sicuro?

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Prima o poi bisogna sempre pulire

Prima o poi bisogna sempre pulire

Negli ultimi giorni è esploso il caso della backdoor introdotta nel prodotto CClener di Piriform, ovviamente ad insaputa degli sviluppatori, che hanno provveduto al rilascio di una versione pulita dell’applicazione.

Situazioni di questo genere hanno toccato diversi prodotti nel corso del tempo, di diverso calibro e prestigio, e sicuramente casi simili capiteranno anche in futuro.

Quello di cui voglio parlare oggi non è legato alla backdoor, ma più in generale ai prodotti creati per la manutenzione dei computer e la rimozione dei vari file temporanei che sporcano i dischi.

In diversi occasioni ho orecchiato discorsi da birreria sull’utilità o meno di usare questi tipi di programmi nella seconda decade del XXI secolo.

Parlo di birreria perché sono discorsi che mi riportano alla mente i confronti tecnici che facevo diversi anni fa con gli amici, seduti ad un tavolo della birreria con un buon bicchiere di birra pregiata di fronte. Erano discorsi che portavano sempre a delle riflessioni e ad una crescita personale.

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La formazione nel lavoro rende più forti

La formazione nel lavoro rende più forti

Quando si parla di formazione si entra in un tunnel complesso e irto di ostacoli, anche il buon Mario e suo fratello Luigi avrebbero difficoltà ad evitarli tutti.

 

Spesso vediamo la formazione, nelle sue varie forme, come un costo o una sottrazione di tempo al business, è pur vero che alcune tipologie di corsi hanno costi molto alti e tempistiche di attuazione lunghi, tuttavia la formazione deve essere indirizzata sulle necessità aziendali e può anche essere rapida.

 

Formare il personale per usare gli strumenti aziendali, ma in particolare per assolvere al meglio il loro lavoro, è di fondo una riduzione di costi, questo per il semplice fatto che l’attività viene svolta in tempi più brevi e viene fatta in modo corretto la prima volta.

 

Lo svolgere in modo corretto un’attività e anche un fattore importante quando il ruolo è svolto per clienti esterni.

 

Oggi voglio parlare di un caso in cui incappo con regolarità e che ha impatti anche sul mio business e sul lavoro del mio cliente, oltre al fatto che mi irrita.

 

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