Consulenze tecnologiche e informatiche
Quando siamo noi a spiare noi stessi

Quando siamo noi a spiare noi stessi

Oggi mettiamo da parte le e-mail fasulle con gli allegati virali e ragioniamo su quanto spesso accade navigando nei social rilassandosi e magari facendo due o quattro risate.

Credo sia capitato a tutti di incappare nei numerosi quiz a questionario, ai quali si sono aggiunti i quiz che chiedono di digitare qualcosa nel commento del post per determinare come si è, a che animale si corrisponde, i pregi del segno zodiacale e via dicendo.

Si tratta di una cosa simpatica e molto rapida, che non richiede una perdita di tempo per avere un qualche tipo di feedback giocoso, tuttavia recentemente mi sono trovato a riflettere su un fattore interessante, ovvero la tutela della mia esistenza.

 

Chi scrive questi test?

 

In realtà non lo sappiamo, quello che noi vediamo è una delle decine di migliaia di condivisioni, quindi un qualcosa che ci viene rimandato da un nostro contatto e pertanto per la nostra mente diventa qualcosa di accettabile e a cui dare un seguito.

Quindi digitiamo le informazioni richieste per sapere se siamo stronzi o cordiali, questo era uno dei test passati non molto tempo fa e rivolto ad un target femminile.

In sostanza noi comunichiamo una briciola di noi a qualcuno che non conosciamo per avere un responso estratto probabilmente a sorte da una lista, ma quella briciola siamo sicuri che non venga salvata da qualche parte?

 

Cosa farei per…

 

Diciamo che voglio circoscrivere un database di persone senza chiedere permessi a nessuno, per poi usarlo a fini commerciali o peggio per sapere dettagli di più persone e poi compiere azioni meno lecite.

A questo punto creo una serie di applicazioni social nella forma di quiz, la creazione di queste applicazioni è molto semplice e richiede pochi minuti, le parcheggio quindi su spazi server diversi, magari “rubati” attraverso azioni di hacking e quindi non riconducibili alla mia persona.

Fatto questo istruisco la parte server dell’applicazione per mandare le informazioni ad uno o più punti di raccolta, sarebbe bello un database vero, ma volendo restare nell’anonimato li mando in forma di file sulla rete Tor. Poi li raccolgo e li traslo nel velo archivio, tanto i file sono già nel formato giusto per un’importazione rapida.

 

Cosa posso ottenere?

 

Con questo banale giochino posso chiedere qualsiasi cosa, consapevole che una buona parte degli utenti mi risponderà per avere quello che prometto (banalità).

Il nome non mi serve, con buona probabilità di correttezza lo leggo dal profilo del social insieme ad altre informazioni rese pubbliche dall’utente.

Chiedo allora la data di nascita; il segno zodiacale; il nome del migliore amico; l’animale preferito; il possesso di un’animale; gli orari di lavoro; la città di nascita e tanto altro.

Le risposte sono banali e prese singolarmente di scarsa importanza, tuttavia messe insieme possono delineare un profilo completo che porta all’individuazione geografica della persona e peggio ancora alle sue abitudini quotidiane, tanto da capire in quali orari la casa è vuota, oppure una donna si trova da sola a passeggiare con il cane in un certo parco.

 

E quindi?

 

E quindi niente, fatto salvo che spesso contestiamo a qualcuno che con una certa azione viola la nostra privacy, per poi essere noi stessi ad esporci giocando.

Quando usiamo uno strumento informatico di socializzazione riflettiamo un paio di secondi prima di cliccare e valutiamo a quanti messaggi simili abbiamo dato una risposta e quanto di noi abbiamo già detto senza saperlo.

Ricordiamo inoltre che diamo informazioni anche attraverso le fotografie che pubblichiamo, uno scatto fatto in casa potrebbe rivelare delle informazioni su quanto possediamo e su come lo proteggiamo.

Pensiamo ad uno scatto che inquadra la centralina dell’impianto dall’allarme o i sensori anti-intrusione della finestra.

Il social è bello, ma non tutti quelli che ci transitano lo fanno con buone intenzioni.

Tu clicchi senza riflettere?

 

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